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In bilico sulla linea del galleggiamento tra un “vorrei ma non posso”

Vorrei ma non posso“. La Salernitana è il prototipo dello studente tipo, capace, intelligente, dotato di qualità espresse solo in parte, in grado di potere dare di più senza tuttavia mai riuscirvi. Il rebus tattico difficilmente risolvibile con il passare del tempo, si focalizza intorno ad un sottile equilibrio di forze e gestione tecnica tra i famosi “tre tenori” ed il resto della formazione granata. O meglio, tra il “tenore” d’eccezione, Alessandro Rosina ed i restanti componenti scelti dal centrocampo in giù in funzione proprio della posizione assunta dall’attaccante calabrese. Che fino ad ora ha deluso le aspettative di coloro che avevano riposto nell’ex Torino, Siena e Catania, le proprie speranze di un campionato di vertice. Ed invece, la Salernitana fin dall’inizio della stagione s’è appiattita su se stessa, fossilizzandosi su di un solo calciatore, senza riuscire a costruire attorno allo stesso, un gruppo in grado di amalgamarsi tecnicamente con il fantasista calabrese, al fine di supportarne e sopportarne pregi e difetti. Rosina nelle prime 27 gare di campionato, senza mai lesinare energie fisiche e mentali, ha corso più di quanto dovuto, vagato per il campo, in particolare con mister Sannino, trovando una migliore posizione con Alberto Bollini, salvo poi eclissarsi nuovamente dopo gli exploit di Bari e Frosinone. Nel corso dell’ultima partita con il Cesena, Rosina ha disputato una delle sue peggiori partite in maglia granata, non riuscendo mai a superare l’uomo ed assicurare sull’esterno la superiorità numerica e gli assist per i propri compagni. Eppure, la salernitana ha mostrato-con l’arrivo di Bollini- di aver trovato la quadra in mediana con l’impiego di Ronaldo supportato da due mezz’ali non tecnicamente dotate sulle quali Bollini sta lavorando con grande abnegazione, ottenendo già buoni risultati. La virtù sta nel mezzo, ma in questa Salernitana finisce per perdersi ogni qualvolta la sfera transita nella trequarti avversaria, ove i movimenti di Rosina a volte da trequartista, altre volte da esterno, non favoriscono Coda, costretto nel 4-3-3 a fungere da primo difensore in fase di non possesso palla, sacrificandosi per la squadra e finendo per perdere quella lucidità necessaria sotto porta. Nel primo tempo, l’inferiorità numerica a centrocampo, il tre contro cinque mediani del Cesena, ha determinato la necessità di spostare Ronaldo a sinistra, Minala al centro del campo e Busellato a destra per colmare il vuoto lasciato proprio da Rosina su quella corsia in cui, pur di concedere un turno di riposo a Vitale, complice le non perfette condizioni di Perico e l’infortunio di Bernardini, Bollini ha preferito confermare Tuia nel ruolo di terzino destro, sottoponendo lo stesso all’uno contro uno con Renzetti, tale da necessitare l’intervento sulla medesima corsia di un “cagnaccio”, alias Busellato. Con il successivo avvicendamento Tuia-Vitale e lo spostamento di Bittante a destra, la ricerca spasmodica di equilibri non è stata a pieno soddisfatta, complice le difficoltà di Improta e Rosina di accorciare in mediana dove, Renzetti e Balzano con il lavoro di spola riuscivano ad assicurare interdizione e spinta a go-go. Nella ripresa, il calo fisico del Cesena ed in particolare di Kone e Garritano, abili l’uno ad interrompere l’azione, l’altro ad inserirsi tra le linee, ha coinciso con una maggiore predisposizione al sacrificio quale quarto di sinistra di Improta, poco lucido per il dispendio eccessivo di energie. L’ingresso di Donnarumma per Rosina, ha favorito maggiore imprevedibilità all’attacco grazie al feeling intercorrente tra i due giocatori che si sono scambiati “assist” a vicenda: clamoroso quello sprecato sotto porta dall’attaccante di Torre Annunziata. Morale della favola: la Salernitana, senza Rosina, almeno con il Cesena, ha mostrato di essere più quadrata, liberando Ronaldo da soggezione reverenziale ed assicurando a Coda maggiori rifornimenti per effetto dell’intesa con il proprio naturale gemello del goal. Spetterà ora a mister Bollini sacrificare uno tra Donnarumma e Rosina, in relazione alle condizioni fisiche di entrambi, ovvero trovare a centrocampo quella quadra necessaria a far coesistere i tre “tenori”, senza tuttavia derogare dall’assioma Coda-Donnarumma: il principale peccato calcistico originale perpetuato dalla costruzione della formazione ed in grado clamorosamente di frenare una crescita costante del gruppo granata nel mare magnum della mediocrità cadetta.

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